Giovani estraniati: la fuga verso il non umano

Pubblicato il 1 febbraio 2026 alle ore 22:14

Negli ultimi vent’anni, psichiatri e psicoterapeuti dell’età evolutiva hanno osservato un fenomeno sempre più diffuso: adolescenti che si ritirano progressivamente dal mondo, abbandonando scuola, amicizie e contatti sociali, rifugiandosi in mondi privati e ritualizzati. Non si tratta di semplice timidezza o ribellione adolescenziale, ma di una condizione complessa che Ignazio Ardizzone (Neuropsichiatria infantile, psicoterapeuta, dottore di ricerca in neuroscienze, scienze del comportamento e della riabilitazione alla Sapienza Università di Roma) definisce “estraniamento”, un percorso in cui il giovane sembra allontanarsi dalla sua stessa umanità per proteggersi da un mondo percepito come minaccioso.

Il profilo degli estraniati

Questi adolescenti condividono caratteristiche peculiari: spesso brillanti, curiosi e affabulatori, sviluppano però una distanza crescente dall’Altro, dai rapporti familiari e persino dal proprio corpo. Ritmi sonno-veglia invertiti, cura personale trascurata, dipendenza da dispositivi digitali, mondi immaginari controllati: ogni gesto diventa uno strumento per gestire la propria sicurezza interna.

Come racconta Ardizzone, il primo paziente che lo portò a riflettere su questa condizione fu Carlo, chiuso in casa da anni, brillante ma imprigionato nella sua stanza. La sua esperienza mostra quanto l’isolamento sia più di un problema comportamentale: è un modo di difendersi dal dolore, dalla paura dell’Altro e dalla percezione di sé come fragile e minacciato.

La noosfobia: paura della mente altrui

Alla base dell’estraniamento c’è un concetto chiave: la noosfobia, ovvero la paura della mente dell’Altro. Il giovane impara a considerare le emozioni, i desideri e le intenzioni altrui come minacce, sviluppando difese rigidissime e spazi di vita autarchici. In questo modo, le relazioni diventano pericolose e l’unico luogo di gratificazione sicura è quello che il Sé può controllare da solo, spesso attraverso mondi virtuali o fantasie.

La noosfobia porta a un progressivo distacco dal tempo evolutivo: il giovane non riesce a confrontarsi con la crescita, con il ricordo del passato e la pianificazione del futuro. L’adolescenza diventa così una sospensione, un limbo in cui il fascino della relazione con l’Altro svanisce lentamente.

Intervenire: la cura come alleanza

Affrontare l’estraniamento non è semplice. Richiede un approccio integrato, che coinvolga psicoterapia, famiglie, scuole e una rete di professionisti. È fondamentale non ridurre il trattamento a un controllo o a una correzione dei comportamenti: la vera cura passa dalla costruzione di alleanze di fiducia, dal riconoscimento reciproco e dal ristabilire il piacere della relazione autentica.

Il progetto “Isole”, ideato da Ardizzone e dai suoi collaboratori, rappresenta un modello innovativo di intervento: mira a restituire fascino e fiducia nella relazione con l’Altro, contrastando la tendenza a trattare persone e rapporti come oggetti funzionali, fenomeno definito reificazione. La cura non riguarda solo la mente, ma anche il corpo, il tempo e la capacità di vivere emozioni condivise.

Percorsi graduali e personalizzati

Il lavoro con gli estraniati si struttura in fasi:

  • Pazienti soft: adolescenti ansioso-evitanti, ancora capaci di relazione. Percorsi di terapia di gruppo e individuale, supporto scolastico e sostegno familiare.
  • Pazienti hard: casi più gravi, spesso schizoidi, con forte reificazione dei rapporti. Necessitano di inserimento in strutture riabilitative specializzate e percorsi di ricostruzione dei ritmi e della relazione con l’Altro.

Ogni intervento richiede attenzione costante, supervisione e una rete coesa di operatori, poiché anche il personale può essere influenzato dal clima di estraniamento e perdere il senso del riconoscimento reciproco.

Una speranza: storie di recupero

La storia di Carlo è paradigmatica: dopo un lungo percorso, cominciò a spostare oggetti dalla sua stanza, simbolo di apertura verso il mondo esterno e accettazione del lavoro del negativo, cioè della rimozione e della consapevolezza del tempo e della vita. La sua esperienza mostra che, anche nei casi più complessi, la relazione autentica può essere ricostruita, restituendo al giovane la possibilità di vivere pienamente la propria adolescenza e di relazionarsi con il mondo.

Riflessione finale

La fuga verso il non umano non è solo un problema individuale: è una sfida per famiglie, scuole, istituzioni e società. Comprendere e sostenere questi giovani significa proteggere il loro diritto alla relazione, alla crescita e alla soggettività. Significa, in ultima analisi, ricordare che nessun adolescente dovrebbe sentirsi condannato a vivere ai margini della propria umanità.

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