Presenteismo: il dipendente perfetto... potrebbe essere quello più a rischio

Pubblicato il 5 luglio 2026 alle ore 12:55

Quando pensiamo al lavoratore ideale, spesso immaginiamo una persona sempre presente. Arriva puntuale, rispetta le scadenze, non si lamenta e, soprattutto, non si assenta mai. È disponibile con i colleghi, risponde alle e-mail anche fuori dall'orario di lavoro e sembra gestire ogni difficoltà con naturalezza.

In molte organizzazioni questa figura viene presa come modello. Eppure, proprio dietro questa apparente efficienza, può nascondersi un fenomeno che la Psicologia del Lavoro studia da tempo: il presenteismo.

Il termine indica la "tendenza a continuare a lavorare anche quando il proprio stato di salute, fisico o psicologico, suggerirebbe di fermarsi". Non significa soltanto presentarsi in ufficio con la febbre. Significa lavorare nonostante un'ansia che non lascia tregua, una stanchezza che si accumula da mesi, un periodo di forte stress, un dolore cronico o un esaurimento emotivo che rende ogni giornata più faticosa della precedente.

La persona è lì. È seduta alla sua scrivania, partecipa alle riunioni, risponde alle telefonate e porta a termine le attività. All'esterno sembra che tutto proceda normalmente. Ma dentro qualcosa sta cambiando.

Negli ultimi anni il presenteismo è diventato uno dei temi più rilevanti nella ricerca sulla salute organizzativa. Gli studi mostrano che continuare a lavorare in condizioni di malessere non protegge né la persona né l'azienda. Al contrario, aumenta il rischio di errori, riduce la capacità di concentrazione, impoverisce le relazioni e, nel tempo, può favorire l'insorgenza di problemi psicologici più importanti.

Viene allora spontanea una domanda: perché tante persone continuano a lavorare anche quando stanno male?

La risposta è raramente semplice. C'è chi teme di essere giudicato poco affidabile, chi prova un forte senso di responsabilità nei confronti dei colleghi, chi non vuole lasciare il proprio lavoro in sospeso.

Altre volte è la cultura organizzativa a trasmettere un messaggio implicito ma potente: chi non si ferma mai è il dipendente migliore.

Fin da piccoli impariamo ad associare il sacrificio al valore personale.

Crescendo, questa convinzione può trasformarsi nell'idea che chiedere una pausa o ammettere una difficoltà sia sinonimo di debolezza. Così si continua ad andare avanti, spesso senza accorgersi che il corpo e la mente stanno chiedendo qualcosa di diverso.

È proprio questo l'aspetto più insidioso del presenteismo: la sua invisibilità.

L'assenteismo è evidente. Un lavoratore non è presente e l'organizzazione se ne accorge immediatamente. Il presenteismo, invece, si consuma sotto gli occhi di tutti.

La persona è al lavoro, ma dispone di sempre meno energie. Richiede uno sforzo enorme per mantenere prestazioni che, inevitabilmente, iniziano a risentirne.

Non è raro incontrare persone che raccontano con orgoglio di non aver preso un giorno di malattia in anni. A che prezzo? Insonnia, irritabilità, difficoltà di concentrazione, ansia costante, sensazione di essere sempre "in riserva". È il tentativo di continuare a funzionare quando le risorse psicofisiche sono ormai ridotte al minimo.

Per questo il presenteismo viene considerato uno dei possibili precursori del burnout. Non coincide con esso, ma può rappresentare una delle tappe che conducono verso un progressivo esaurimento delle energie emotive e mentali.

Naturalmente, il problema non riguarda soltanto il singolo lavoratore. Ogni organizzazione ha una responsabilità importante nel costruire un clima in cui le persone possano sentirsi autorizzate a prendersi cura della propria salute. Un ambiente di lavoro sano non è quello in cui nessuno si assenta, ma quello in cui non si ha paura di chiedere aiuto quando se ne ha bisogno.

Questo significa promuovere una leadership capace di ascoltare, monitorare il benessere delle persone, creare spazi di confronto e superare l'idea che la produttività dipenda esclusivamente dal numero di ore trascorse in ufficio.

Negli ultimi anni si parla molto di benessere organizzativo, ma troppo spesso il tema viene affrontato con iniziative isolate o simboliche. Il benessere, invece, si costruisce ogni giorno attraverso la qualità delle relazioni, la fiducia e la possibilità di esprimere anche la propria vulnerabilità senza sentirsi giudicati.

Forse dovremmo iniziare a guardare il lavoro con uno sguardo diverso. Non domandarci soltanto chi è sempre presente, ma anche come stanno davvero le persone che ogni mattina varcano la porta dell'ufficio.

Perché il dipendente perfetto, a volte, non è quello che sta meglio.

È semplicemente quello che ha imparato a non mostrare la propria fatica. E ne pagherà presto il prezzo. Insieme all'Organizzazione. 

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